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Il blog.

In questa sezione potete trovare articoli relativi all’ambito psicologico e a diversi argomenti di mio interesse sia professionale sia personale. I tag e le categorie aiutano a capire velocemente a quale argomento facciamo riferimento. Come vedrete ci saranno diversi tipi di articoli, alcuni più tecnici, altri invece esprimeranno mie riflessioni più generali.

Spero troviate spunti interessanti di riflessione e materiali utili, anche solo per soddisfare qualche piccola curiosità.

Vi invito a scrivermi se avete voglia di condividere le vostre opinioni.

Contattatemi al 346.1883790 in caso vogliate fissare un primo incontro conoscitivo.

Esperienze sfavorevoli infantili – Adverse Childhood Experiences

Le esperienze sfavorevoli infantili sono esperienze traumatiche che coinvolgono direttamente o indirettamente il bambino fin dalla primissima infanzia.Spesso sono presenti in concomitanza all’interno dello stesso nucleo familiare.L’impatto sulla vita futura dell’individuo è importante e maggiore in base alla somma delle diverse esperienze individuate. Le risposte al trauma sono di tipo biologico e psicologico. Le conseguenze patologiche sono visibili a livello di adattamento sociale, salute mentale e salute fisica. Un primo passo per prevenire tali situazioni è quello di essere consapevoli che esistono e pensarle diversamente. Ogni persona infatti può fare la sua parte. Quando ci troviamo davanti a un nucleo familiare in difficoltà o a una bambina o un bambino che presenta comportamenti che non riusciamo comprendere, cerchiamo di non cedere alla superficialità del giudizio…forse c’è qualcosa di più di cui non siamo a conoscenza.

Le distorsioni cognitive

Secondo la teoria di Aaron Beck (uno dei padri fondatori della terapia cognitiva) le distorsioni cognitive sono errori di pensiero che causano sofferenza emotiva. Nell’approccio cognitivo-comportamentale la connessione tra pensieri ed emozioni è fondamentale: non è tanto la situazione a generare una certa emozione nella persona, quanto l’interpretazione che la persona fa di quel determinato evento, considerato particolarmente stressante [fatto salvo, naturalmente, per eventi di natura fortemente traumatica]. Convinzioni negative su di sè, sugli altri e sul mondo sono spesso frutto di errori di pensiero, o distorsioni cognitive. Queste vengono apprese per lo più durante l’infanzia, nell’interazione con i genitori e l’ambiente circostante, e attivate da eventi stressanti.Si tratta di modalità disfunzionali di interpretare le esperienze e si caratterizzano per il processo e non per i contenuti.Le distorsioni cognitive portano spesso a un pessimismo eccessivo e talvolta a un senso di impotenza nella possibilità di risolvere i propri problemi o cambiare situazioni che ci portano una certa sofferenza. Ecco quelle più comuni.

La spitefulness, questa sconosciuta…ma non troppo

La spitefulness fa riferimento alla “volontà di provocarsi un danno in modo da ferire o ledere un altro, o altre persone”. È importante soffermarsi sull’idea che il soggetto agisca volontariamente in modo spiteful: la scelta della persona è infatti quella di pagare un costo, danneggiare se stesso, addirittura in taluni casi ferire se stesso, pur di danneggiare o ferire qualcun altro.

Il costrutto è stato relativamente poco studiato in psicologia, tuttavia ha ricadute estremamente importanti e talvolta molto gravose su diversi livelli, sia su un piano sociale, sia clinico.

È importante notare che non stiamo parlando di masochismo, in quanto il fine della persona che presenta alti livelli di spitefulness non è “farmi male” ma “farti male, eventualmente facendolo a me”. Si associa ai tratti della cosiddetta Triade Oscura (psicopatia, narcisismo e Machiavellismo), antagonismo e a bassi livelli di empatia.

Facciamo un paio di esempi pratici. Immaginiamo un gioco in cui ogni giocatore riceve una certa somma di denaro: la persona con livelli elevati di spitefulness dirà che preferisce ricevere 4€ se questo significa che l’altro giocatore riceverà 1€, piuttosto che avere entrambi 5€ (molti ultimatum games sono utilizzati in esperimenti di economia e psicologia). In questo caso si può notare come la persona sia spinta non dal fatto di ottenere una certa somma di denaro, quanto piuttosto di arrecare un danno maggiore all’altro, come se il suo guadagno stesse proprio in questo: il mio guadagno è il tuo danno. È chiaro come a livello sociale e politico una tale caratteristica possa essere pericolosa se sollecitata costantemente. Possiamo solo ipotizzare quanto possa essere potenzialmente dannoso, ad esempio, inserire una persona con alti livelli di spitefulness all’interno di un team di lavoro.

Per quanto riguarda gli aspetti clinici, possiamo fare diverse considerazioni: pensiamo per esempio all’autolesionismo o al suicidio. In casi di una vulnerabilità psicopatologica o disturbi franchi di personalità (e.g. Il disturbo borderline di personalità) il fatto di procurarsi delle lesioni fisiche può essere visto come una punizione verso l’altro più che un modo per ferire solo se stesso, così come in tentativi suicidari può esservi la volontà di ledere emotivamente e legalmente un’altra persona, seppure al prezzo della propria stessa vita.

Come suggeriscono alcune ricerche, pazienti con disturbo borderline o narcisistico di personalità potrebbero presentare alti livelli di spitefulness, pertanto sarebbe opportuno tenerne conto fin nella costruzione della relazione terapeutica, in modo da limitare la minaccia che la spitefulness può rappresentare per il buon andamento della terapia.

Bibliografia:

American Psychiatric Association. (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed.).

Ewing, D., Zeigler-Hill, V., & Vonk, J. (2016).Spitefulness and deficits in the social-perceptual and social-cognitive components of theory of mind. Personality and Individual Differences, 91, 7–13.

Marcus, D. K., Zeigler-Hill, V., Mercer, S. H., & Norris, A. L. (2014). The psychology of spite and the measurement of spitefulness. Psychological Assessment, 26, 563–574.

Per approfondire…con leggerezza:

https://it.wikipedia.org/wiki/Gioco_dell%27ultimatum (ITA)

https://en.wikipedia.org/wiki/Ultimatum_game (ENG)

Sostegno psicologico o psicoterapia? Differenze e similitudini

Spesso mi è capitato di rendermi conto che in generale le persone non hanno chiara la differenza tra sostegno psicologico e psicoterapia, seppure per gli addetti ai lavori vi sia una linea di demarcazione piuttosto netta. Più precisamente: spesso mi è capitato di rendermi conto che le persone non abbiano chiaro che cosa faccia uno psicologo (o uno psicoterapeuta che, evidentemente, non fanno lo stesso lavoro). E’ fondamentale, a mio avviso, avere ben presente questa differenza in modo da rivolgersi al professionista più adatto all’intervento di cui si ha bisogno in un momento di difficoltà.

Il sostegno psicologico ha l’obiettivo di migliorare il benessere psicologico e gestire disagi e momenti di crisi, stress o cambiamenti; i colloqui sono utilizzati per fare valutazione, diagnosi, fornire competenze di problem solving, migliorare l’autostima, rendere più funzionali le strategie di coping (ossia tutte quelle strategie che la persona mette in atto per fronteggiare lo stress e le situazioni di disagio, che tuttavia non sempre sono funzionali a garantire il benessere). In fase di sostegno possono essere utilizzati test, interviste o colloqui clinici, tutti strumenti che solo uno psicologo iscritto al proprio Albo Professionale può utilizzare. Solitamente gli interventi sono brevi e spesso la durata indicativa viene già concordata all’inizio del percorso, poichè l’area di intervento è delimitata.

La psicoterapia prevede, innanzitutto, una formazione diversa da parte del professionista che la offre: deve aver svolto una scuola di specializzazione quadriennale che lo abilita all’esercizio della psicoterapia, oltre ad essere laureato e iscritto all’Albo. Possono avere accesso alle scuole di specializzazione psicologi e medici. Lo psicoterapeuta ha una gamma di strumenti maggiore rispetto allo psicologo.

La psicoterapia tocca tematiche di vita più profonde, radicate, stabili e dolorose rispetto al sostegno psicologico, spesso in aree di vulnerabilità psicopatologica, ed è quindi un percorso più intenso, faticoso (sia per il paziente che per il terapeuta), più lungo e di cui è difficile fissare una data di fine, specie in fase di valutazione iniziale. Gli aspetti trattati in psicoterapia hanno un impatto su diverse aree della vita della persona, quali quella lavorativa, quella sociale, quella sentimentale e spesso la sofferenza portata dal paziente ne investe una o più.

E’ possibile affrontare un percorso di sostegno e poi passare a una psicoterapia; a volte questi momenti si alternano all’interno di una stessa terapia.

Ma quali sono i punti in comune? Oltre a quelli già visti sopra (in parte la formazione, la possibilità di utilizzare determinati strumenti, l’iscrizione all’Albo professionale) il contesto e le modalità in cui si svolgono il sostegno psicologico o la psicoterapia sono molto simili: abbiamo un luogo di incontro in cui non possono partecipare terzi se si tratta di una terapia individuale (regola che comunque vale anche per le coppie, le famiglie e i gruppi in generale), una durata nel tempo definita (seppure nel caso della psicoterapia non abbiamo subito una data di fine, sappiamo comunque che avrà una fine), un impegno settimanale (indicativamente un’ora a settimana che può variare sulla base di diverse esigenze e aspetti specifici di ciascun intervento), un costo economico, il segreto professionale da parte del professionista e delle regole da seguire, sia esplicite che implicite. Abbiamo inoltre una responsabilità da parte dello psicologo o dello psicoterapeuta verso il proprio cliente. Questi aspetti attualmente sono validi sia per le terapie e gli interventi di sostegno in presenza sia online, al momento strumento d’elezione a causa della pandemia di CoVid-19 e delle sue implicazioni per la salute.

E il sostegno psicologico di un amico?

No, non è la stessa cosa. Alla luce di quanto sopra non è possibile sovrapporre il fatto di essere sostenuti e ascoltati da qualsiasi persona presente nella nostra vita e intraprendere un percorso di sostegno o terapia, in quanto le regole del gioco, come a questo punto dovrebbe essere sufficientemente chiaro, sono molto diverse.

Approfondimento: scarica qui il Codice Deontologico se vuoi saperne di più!

L’impatto della quarantena sui sintomi dell’ansia in un campione non clinico e non infetto dal CoVid-19

Nel ringraziare coloro che hanno partecipato all’indagine relativa agli effetti della quarantena, riporto di seguito un breve riepilogo di quanto emerso.

In passato altre nazioni hanno avuto esperienza di situazioni simili a quella che stiamo vivendo attualmente in Italia (e.g., Cina, Canada), nelle quali sono state adottate misure di quarantena per contenere la diffusione di virus epidemici, quali la Sars o l’H1N1 (influenza suina). Sono stati condotti diversi studi sull’impatto psicologico della quarantena sui soggetti a cui è stata imposta (e.g., Hawryluck et al., 2004; Wang et al., 2011). E’ importante sottolineare che in questi casi la popolazione a cui era stata imposta la quarantena era a rischio di contagio per essere venuta a contatto con persone infette, pertanto le persone in isolamento dovevano seguire una serie di regole imposte, quali ad esempio: misurare la febbre due volte al giorno, stare a distanza rispetto ai familiari e isolarsi possibilmente in una stanza, indossare mascherine anche in casa.

E’ dunque facilmente immaginabile come tale condizione avesse un impatto stressante sulla loro salute psicologica e che la preoccupazione potesse essere fortemente acuita dalla paura di essere contagiati e contagiare i familiari. Inoltre, esistono evidenze che sottolineano come le persone esposte a emergenze sanitarie presentino una maggiore vulnerabilità psicopatologica.

Le misure di quarantena adottate in Italia a partire dal 9 marzo 2020 sono sostanzialmente diverse dall’isolamento delle persone infette o a rischio, in quanto preventive, per cui possiamo presupporre che l’impatto psicologico della quarantena sia differente rispetto quanto osservato in passato in studi analoghi. La situazione attuale rappresenta quindi un’occasione unica per osservare in quale modo le persone reagiscono alla quarantena seppure non siano a rischio effettivo di contagio e, in particolare, quali effetti sono stati riscontrati nella sintomatologia ansiosa.

E’ utile tenere a mente che l’ansia è una risposta normale in presenza di uno stimolo non normale (lo stimolo, in questo caso specifico, è rappresentato dalla pandemia e tutte le preoccupazioni ad essa connesse). Una certa reazione ansiogena è quindi sana.

Lo scopo dello studio era indagare se vi fosse un cambiamento nella sintomatologia ansiosa durante la quarantena e i predittori di tale cambiamento.

Sono stati valutati i seguenti costrutti psicologici: la fobia sociale, caratterizzata sentimenti di paura e ansia in situazioni sociali; diverse dimensioni del disturbo ossessivo-compulsivo, ossia checking rituals (e.g., rituali di controllo, come ad esempio controllare ripetutamente che il gas sia chiuso), hoarding (l’accumulo di oggetti o animali), neutralizing (e.g., ripetere una serie di parole o frasi rassicuranti alla presenza di pensieri intrusivi indesiderati), obsessing (e.g., avere un’ossessione alla quale non si smette di pensare), ordering (e.g., la necessità tenere in ordine gli oggetti in modo simmetrico e a una certa distanza), washing (e.g., il bisogno di lavarsi le mani ripetutamente anche quando non necessario); depressione, ossia presenza di anedonia, umore deflesso, perdita di energie, cambiamento nelle abitudini alimentari (e.g., mancanza di appetito e perdita di peso) e del sonno (e.g., insonnia), senso di colpa, difficoltà nel prendere decisioni, presenza di pensieri di morte o suicidari; ansia per la salute, ossia una preoccupazione ossessiva e irrazionale relativamente al proprio stato di salute, pensando di avere una grave malattia.

Relativamente a quest’ultimo costrutto, alcuni studi hanno suggerito che l’ansia per la salute (health anxiety) possa essere immaginata come una differenza individuale che si distribuisce lungo un continuum, da molto bassa a molto alta (Asmundson et al., 2012) piuttosto che in termini categoriali di presenza/assenza come un disturbo psicopatologico, e che sia livelli molto bassi, sia livelli molto alti possano portare a comportamenti maladattivi e potenzialmente pericolosi per se stessi e per la comunità. Un paio di esempi per chiarire quanto detto: persone che presentano bassi livelli di ansia per la salute potrebbero ignorare le indicazioni di mantenere una certa distanza o lavarsi spesso le mani; persone che presentano alti livelli di ansia per la salute potrebbero cercare l’aiuto medico laddove non sia necessario, in un momento in cui la sanità pubblica è oberata e recarsi in ospedale può rappresentare un problema per la propria salute. Come possiamo vedere, quindi, un livello equilibrato di ansia per la salute può essere protettivo e utile a seguire in maniera corretta le indicazioni per preservare la propria salute e quella altrui, e non impattare su un sistema sanitario già fortemente sovraccarico.

A livello sociale è dunque fondamentale riconoscere e contenere segnali di disagio nella popolazione, in modo tale da minimizzare il più possibile effetti psicologici negativi che a loro volta possono essere tradotti in comportamenti pericolosi per se stessi e per gli altri. Rilevare la presenza di un cambiamento può quindi essere una buona base di partenza sia per la ricerca futura, sia per la pratica clinica, sia per una comunicazione efficace da parte delle istituzioni non solo relativamente alla propria salute fisica, ma anche a quella psicologica.

Di seguito i risultati nel dettaglio.

Complessivamente ci sono stati 2386 contatti col sito dove era possibile compilare l’indagine. Di questi, 1631 non hanno risposto a nessuna domanda. Dei rimanenti 755, 95 (87.4%) hanno dichiarato di non aver risposto onestamente a tutte le domande, per cui sono stati esclusi dalle analisi successive, che sono state quindi realizzate su 660 casi.

Tabella 1. Caratteristiche socio-demografiche del campione sul quale sono state effettuate le analisi statistiche (n = 660)

VariabileStatistica
Genere (N (%))
Maschio87 (13.18%)
Femmina569 (86.21%)
Altro4 (0.61%)


Età (M ± DS, gamma)31.08 ± 10.30 (18-79)
Mancanti15 (2.27%)


Titolo di studio (N (%))
Licenza Elementare1 (0.15%)
Licenza media / avviamento25 (3.79%)
Diploma Professionale32 (4.85%)
Diploma Scuola Media Superiore200 (30.30%)
Diploma Universitario31 (4.70%)
Laurea Triennale154 (23.33%)
Laurea Specialistica147 (22.27%)
Dottorato di ricerca / Master / Specializzazione70 (10.61%)
Mancanti0 (0.00%)


Situazione sentimentale (N (%))
Single158 (23.94%)
Relazione stabile senza convivenza224 (33.94%)
Convivente143 (21.67%)
Sposato120 (18.18%)
Separato/Divorziato13 (1.97%)
Vedovo2 (0.30%)
Mancanti0 (0.00%)


Livello socio-economico (M ± DS, gamma)5.88 ± 1.66 (1-10)


Situazione lavorativa pre-quarantena (N (%))
Non occupato/a26 (3.94%)
In cerca di occupazione42 (6.36%)
Lavoratore autonomo103 (15.61%)
Lavoratore dipendente264 (40.00%)
Inabile al lavoro2 (0.30%)
Studente216 (32.73%)
Pensionato/a7 (1.06%)
Mancanti0 (0.00%)


Situazione lavorativa durante la quarantena (N (%))°
Sta lavorando normalmente51 (7.73%)
Sta lavorando da casa166 (25.15%)
É in ferie forzate62 (9.39%)
É in cassa integrazione56 (8.48%)
Ha perso il lavoro a causa del coronavirus27 (4.09%)
Ha perso il lavoro non a causa del coronavirus5 (0.76%)
Mancanti°293 (44.39%)


Persone con cui convive (N (%))^
Genitori299 (45.30%)
Figli123 (18.64%)
Partner275 (41.67%)
Parenti72 (10.91%)
Amici7 (1.06%)
Coinquilini26 (3.94%)
Nessuno50 (7.58%)


Se è stato contagiato dal coronavirus (N (%))
No653 (98.94%)
7 (1.06%)
Mancanti0 (0.00%)


Gravità dei sintomi in caso di contagio (N (%))§
Asintomatico1 (0.15%)
Sintomi lievi5 (0.76%)
Sintomi moderati1 (0.15%)


Persone che conosce che sono state contagiate (N (%))^
Nessuno277 (41.97%)
Partner3 (0.45%)
Genitore7 (1.06%)
Figlio/a1 (0.15%)
Fratello/Sorella1 (0.15%)
Parente30 (4.55%)
Amico/a85 (12.88%)
Collega49 (7.42%)
Conoscente312 (47.27%)
Nota: °: dati mancanti dovuti all’aver indicato un’alternativa di risposta alla domanda sulla situazione lavorativa pre-quarantena che implicava la mancanza di un lavoro; ^ si potevano indicare più alternative; §: percentuale sul campione totale.

Considerando la frequenza estremamente bassa di partecipanti contagiati dal virus, sono stati esclusi dalle analisi successive.

Sono state analizzate le le distribuzioni dei punteggi, le statistiche descrittive e le attendibilità (coerenza interna) nei test relativi alle dimensioni di ansia e depressione pre-quarantena (Figura 1)

Figura 1 Distribuzione dei punteggi, statistiche descrittive e attendibilità (aplha di Cronbach) delle misure pre-quarantena.

É stato poi analizzato il punteggio alla scala d’ansia. Si ricordi che gli item venivano valutati in termini di miglioramento (punteggi positivi) o peggioramento (punteggi negativi) del livello d’ansia percepito rispetto alla condizione pre-quarantena. I risultati sono riportati in Figura 2.

Figura 2 Statistiche descrittive e test di ipotesi per il punteggio alla scala d’ansia. I puntini grigi rappresentano le singole osservazioni. La dimensione dell’effetto d viene interpretata come piccola se inferiore, in valore assoluto, a 0.20, piccola se compresa fra 0.20 e 0.50, moderata se compresa fra 0.50 e 0.80 grande se maggiore di 0.80.

I risultati di Figura 2 mostrano che c’è stato un significativo (p < .001) e sostanziale (d > 0.50) peggioramento della sintomatologia ansiosa dall’inizio nella quarantena.

Si è poi proceduto a indagare quali caratteristiche socio-demografiche e psicologiche potessero predire il punteggio di cambiamento nei livelli di ansia. Inizialmente è stata calcolata l’associazione a livello bivariato fra il punteggio di ansia e ogni singolo potenziale predittore. I risultati sono riportati in Tabella 2.

Tabella 2 Relazioni bivariate fra punteggio alla scala d’ansia e le altre variabili indagate

VariabileCoefficiente di associazione^
Variabili socio-demografiche
Generea.15***
Età.10**
Titolo di studiob.01
Situazione sentimentalec.11**
Livello socio-economico.10*
Situazione lavorativa durante la quarantenad.16***
Persone con cui convivee
Genitori-.14***
Figli.03
Partnernon consideratof
Parenti-.03
Amicinon consideratog
Coinquilini-.03
Nessuno.05
Persone che conosce che sono state contagiate
Nessuno.00
Partnernon consideratog
Genitorenon consideratog
Figlio/anon consideratog
Fratello/Sorellanon consideratog
Parente-.07
Amico/a.04
Collega.00
Conoscente-.05


Variabili psicologiche
Depressione-.08*
Fobia sociale-.06
Ansia per la salute-.18***
DOC-Checking-.07
DOC-Washing-.04
DOC-Ordering-.03
DOC-Obsessing-.11**
DOC-Neutralizing.02
DOC-Hoarding-.09*
Nota: ^: i coefficienti di associazione sono stati riscalati nella metrica di r per consentire il confronto fra variabili non nella stessa metrica; secondo le indicazioni di Cohen (1988), il valore assoluto di r può essere interpretato come trascurabile se inferiore a .10, debole se compreso fra .10 e .30, moderato se compreso fra .30 e .50, forte se maggiore di .50; ***: p < .001; **: p < .01; *: p < .05; a: codificato come femmine = 0, maschi =1, per cui un coefficiente positivo indica punteggi maggiori (miglioramento dell’ansia) nei maschi; b: ricodificato come anni di istruzione formale completati; c: ricodificato accorpando i dati in tre categorie (Conviventi/sposati, relazione senza convivenza; single). Essendo la variabile categoriale, il coefficiente di associazione non esprime direzionalità; d: ricodificato accorpando i dati in sette categorie (Ferie forzate, lavora da casa; cassa integrazione; perso il lavoro a causa della quarantena; lavora normalmente; non lavora nè studia; studente) sulla base anche delle risposte alla domanda sula situazione lavorativa pre-quarantena. Essendo la variabile categoriale, il coefficiente di associazione non esprime direzionalità; g:queste variabili sono state codificate No = 0; Sì = 1, per cui coefficienti positivi indicano punteggi maggiori (miglioramento dell’ansia) in chi ha risposto “Sì”, coefficienti negativi punteggi maggiori (miglioramento dell’ansia) in chi ha risposto “No”;f: questa informazione era ridondante con una delle categorie della situazione sentimentale; g: questa variabile non è stata considerata data la bassa frequenza di scelta.

I potenziali predittori che hanno mostrato un’associazione significativa sono stati inseriti in un modello lineare generale per verificare la loro associazione col punteggio di modifica dell’ansia al netto dell’effetto degli altri. I risultati sono riportati in Tabella 3.

Tabella 3 Risultati del modello lineare generale

PredittoreFgdlpr
Età0.681.409.03
Genere7.541.006.11
Situazione sentimentale0.822.439.05
Livello socio-economico5.441.020.09
Situazione lavorativa durante la quarantena2.566.019.15
Vive con i genitori0.361.549.02
Depressione0.251.615.02
Fobia sociale0.841.359.04
Ansia per la salute11.451.001.13
DOC-Obsessing0.531.468.03
DOC-Hoarding1.141.286.04
Nota: gdl = gradi di libertà; r: misura della dimensione dell’effetto come descritto in Tabella 2. Si noti che in questo caso il segno del coefficiente non indica mai la direzione dell’associazione (si veda il testo).

I risultati di Tabella 3 mostrano che il punteggio di modifica dell’ansia è significativamente (p <. 05) associato con il genere, il livello socio-economico, la situazione lavorativa durante la quarantena, e l’ansia per salute.

Nel caso del genere, la Figura 3 mostra come, al netto di tutte le altre variabili del modello statistico in Tabella 3, gli uomini non abbiano riferito una modifica statisticamente significativa del livello di ansia, mentre nelle donne il peggioramento è maggiore.

Figura 3 Differenze dovute al genere nella modifica del livello di ansia dall’inizio della quarantena

La Figura 4 mostra come un più alto livello socio-economico sia associato a un miglioramento dei livelli di ansia.

Figura 4 Relazione fra livello socio-economico e modifica dell’ansia dall’inizio della quarantena

Per quanto riguarda la situazione lavorativa, la Figura 5 mostra come, singolarmente, il livello d’ansia sia rimasto statisticamente invariato in chi ha riferito di essere in cassa integrazione e di aver perso il lavoro, mentre sia peggiorato in tutte le altre categorie.

Figura 5. Differenze dovute alla situazione lavorativa durante la quarantena nella modifica del livello di ansia dall’inizio della quarantena. Gli asterischi sopra le barre rappresentano il livello di significatività del confronto col valore di non cambiamento 0, aggiustati per i confronti multipli (***: p < .001; **: p < .01; *: p < .05). La dimensione dell’effetto d viene interpretata come piccola se inferiore, in valore assoluto, a 0.20, piccola se compresa fra 0.20 e 0.50, moderata se compresa fra 0.50 e 0.80 grande se maggiore di 0.80. Gli elementi grafici sotto le barre rappresentano i confronti a coppie statisticamente significativi fra le medie dei gruppi.

Quando sono stati eseguiti i confronti fra i gruppi, è emerso che chi aveva perso il lavoro aveva livelli di modifica dell’ansia migliori di chi era in ferie forzate, di chi lavorava a casa, e degli studenti.

La Figura 6 mostra infine come l’ansia tenda a peggiorare in chi ha riferito livelli maggiori di ansia nei confronti della salute pre-quarantena.

Figura 6 Relazione fra l’ansia nei confronti della salute e modifica dell’ansia dall’inizio della quarantena

In conclusione possiamo quindi affermare che la sintomatologia ansiosa è peggiorata nelle donne e nelle persone che presentano un certo grado di ansia per la salute. Inoltre, chi ha perso il lavoro mostra meno ansia rispetto alle altre categorie lavorative, così come chi ha riportato un livello socio-economico più elevato.

Una possibile interpretazione dei risultati per quanto riguarda il peggioramento dei livelli di ansia in persone che già presentavano livelli di ansia per la salute più elevata è il fattore scatenante rappresentato dalla situazione pandemica in sé. Come è facilmente immaginabile, se già in precedenza vi era un livello elevato di preoccupazione verso la propria salute, attualmente l’idea di contrarre una malattia, peraltro molto grave, può essere amplificata e la minaccia può avere quindi connotazioni più probabili e realizzabili. Inoltre, le comunicazioni giornalistiche sui diversi mass-media tendono ad essere spesso allarmistiche e poco rassicuranti, tanto da affiancare l’idea di infodemia a quello di pandemia, e questa modalità può esacerbare una sintomatologia pre-esistente in soggetti che presentino questa vulnerabilità.

Il peggioramento dell’ansia è risultato maggiore nelle donne rispetto agli uomini: questo risultato è coerente con quanto già presente in letteratura scientifica. Sarebbe comunque interessante approfondire a che livello gli uomini si sentano meno ansiosi o si sentano in dovere di dare un certo tipo di risposta alle domande dell’indagine, più desiderabile a livello sociale.

Il risultato più sorprendente, a mio avviso, è quello relativo alle persone che hanno perso il lavoro. Queste persone, infatti, differentemente dagli altri gruppi definiti dalla situazione occupazionale non presentano una tendenza al peggioramento dell’ansia. Per quanto questo possa sembrare controintuitivo, è possibile che alcuni si sentano sollevati nel non dover gestire una specifica situazione di incertezza oltre a quella generalizzata nei confronti della salute, mentre coloro che sono in una situazione lavorativa incerta potrebbero avere una maggiore ricaduta delle preoccupazioni relative all’ambiguità della loro posizione; inoltre, lavorare da casa potrebbe presentare fattori di stress maggiori quali: non avere uno spazio di lavoro adeguato; non avere gli strumenti adatti a svolgere la mansione; avere in casa bambini piccoli o persone da accudire, non sapere se il proprio lavoro o la propria azienda saranno preservati da eventuali rischi. Chiaramente vi possono essere numerosi altri fattori a determinare questo risultato.

Infine, il fatto che le persone con un buon livello socio-economico presentino un minor peggioramento dell’ansia è meno sorprendente, in quanto si tratta di un fattore di protezione relativamente a molteplici aspetti potenzialmente stressanti e minacciosi in questa situazione, come ad esempio fronteggiare un minor introito economico o la perdita del lavoro, ricevere cure tempestive in caso di malattie attraverso una assistenza privata, avere spazi di vita più ampi dove trascorrere la quarantena

(Studio condotto da Simona De Pietri e Carlo Chiorri)

Bibliografia: Asmundson, G.J.G., et al., (2012). Should health anxiety be carved at the joint? A look at the health anxiety construct using factor mixture modelling in a non- clinical sample. Journal of Anxiety Disorders, 26, 246-251.

Hawrykuck, L., et al., (2004). SARS Control and Psychological Effects of Quarantine, Toronto, Canada. Emerging Infectious Diseases, 10.

Wang, Y., et al., (2011). Is quarantine related to immediate negative psychological consequences during the 2009 H1N1 epidemic? General Hospital Psychiatry, 33, 75–77.

Il tabù dei disturbi mentali

In questo bell’articolo su The Vision si affronta un tema che ancora crea troppi tabù e sia da professionista sia da essere umano mi sta molto a cuore. Vi invito a leggerlo con occhi privi di pregiudizio. I disturbi mentali non sono una scelta, e chi ne soffre non dovrebbe sentirsi nè colpevolizzato nè vergognarsene. Soffrire di un disturbo mentale e soffrire in generale non è una colpa, non è sintomo di “debolezza” e non è una scelta. La mente si struttura in modo tale da poter sopravvivere nell’ambiente e spesso si struttura in quel dato modo perchè non ha alternative.

Un disturbo mentale ha la stessa dignità di qualsiasi altra condizione medica, è degna di attenzione, non va sottovalutata e va trattata con le dovute cure. Così come ci si prende cura del proprio corpo, è normale prendersi cura della propria mente. I disturbi mentali non sono un gioco o un capriccio.

Penso che imparare a riconoscere e rispettare la propria sofferenza e quella altrui sia la chiave di volta per cambiare visione e atteggiamento nei riguardi dei disturbi mentali e di chi ne soffre.

Vademecum psicologico del CNOP sul coronavirus

Il Consiglio Nazionale dell’Ordinde degli Psicologi mette a disposizione un vademecum che personalmente ritengo molto utile in questa fase, specie per chi risente dell’isolamento forzato, per chi ha difficoltà nell’affrontare lo stravolgimento delle proprie attività abituali, per chi già in precedenza si sentiva a disagio o, semplicemente, per chi necessita di uno strumento in più per gestire questa situazione imprevista e sconosciuta.

Posso dire di essere molto orgogliosa di far parte di una comunità professionale che in questo momento difficile decide di rimanere attivamente unita a supporto dei cittadini.

Trovate qui il link del vademecum: Vademecum CNOP.

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